Le lotte autorganizzante dei proletari immigrati!Inviato da N-Z il Dom, 04/12/2011 - 10:39 |
I CIE sono centri di identificazione ed espulsione, i quali venivano prima riconosciuti con il nome di CPT e vennero istituiti dall'articolo 12 della legge Turco-Napolitano nel 1998 (governo di centro sinistra sostenuto allora anche da Rifondazione Comunista) per ospitare gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione. Questi sono di fatto dei veri e propri lager, nei quali gli immigrati sono costretti a vivere situazioni disumane! A fine settembre, la rabbia degli immigrati tunisini –e non solo- è esplosa: gli immigrati hanno dato fuoco alla propria prigione, ovvero al CIE di Lampedusa. Un episodio simile, si era già verificato nel febbraio del 2009. Anche nella vicina Pantelleria si verificavano episodi simili e fughe dai CIE avvenivano in località come Torino, benché lontane dall’epicentro. Questo perché la questione non si può circoscrivere a Lampedusa, sebbene essa abbia dato un nome a, e rappresentato il simbolo di, un’emergenza che è trasversale a ogni confine regionale e nazionale. Emarginazione e degrado sono strutturali nella società capitalista, che di queste “sacche” prima crea le condizioni di esistenza e poi pretende di reprimerle. Certo, non sempre le cose vanno secondo le previsioni, e anche la repressione mostra i suoi limiti rispetto all’entità del problema che con essa si vorrebbe risolvere. Dopo la repressione dello Stato, seguita alle rivolte, i proletari immigrati smetteranno di esistere diseredati che non hanno altra scelta che fuggire dai propri paesi d’origine? No, finché il modo di produzione capitalista avvelenerà questo pianeta. I paesi della periferia del capitale (i cosiddetti paesi del Terzo Mondo), da sempre terra di conquista e di rapina da parte delle borghesie delle“metropoli” del capitale stesso, continueranno ancora a perdere popolazione, in quanto lo squilibrio tra questa e le risorse (capitalisticamente gestite), per enormi masse di milioni di persone non può risolversi se non con la fuga. Tanto più in assenza di una prospettiva di cambiamento sociale rivoluzionario che costituisca un’alternativa al “si salvi chi può”, una calamita che freni anziché spingere ad andare via. Una prospettiva come questa, ora come ora manca anche in quell’occidente che nei primi decenni del secolo scorso era stato fucina di tentativi di trasformazione mai più sperimentati. Prospettiva che però, a dispetto delle illusioni del riformismo, rimane l’unica ancora di salvezza per i proletari di tutto il mondo. Per chi vende la propria forza lavoro per vivere. Per chi per venderla e sopravvivere è costretto a scappare via. Questa ennesima ribellione degli immigrati ha fatto seguito a quella dei lavoratori di Nardò avvenuta a luglio. Le mobilitazioni spontanee ed autorganizzante degli ultimissimi anni in questo caso, dei coraggiosi lavoratori del settore agricolo, hanno fatto si che da quest’anno entrasse in vigore un nuovo contratto di lavoro - sottoscritto anche dalla Cgil - che preverrebbe un minimo retributivo di circa 40 euro scarsi giornalieri a fronte di un orario di lavoro di 6 ore e 30 minuti. Le dure leggi del mercato capitalistico, però, hanno fatto in modo che nascesse una nuova problematica legata alla raccolta delle angurie; infatti, a causa dei prezzi stracciati imposti dalla concorrenza di Grecia e Turchia, questa raccolta subisce un brusco stop, e spesso quel cibo viene lasciato a marcire nei campi perché la sua natura di merce ne rende antieconomica la raccolta… quindi molti stagionali accorsi per trovare impiego in questo settore si spostano sulla raccolta del pomodoro, aumentando la concorrenza in questo ambito… Di tutto ciò ne approfittano le iene dei caporali, i quali proponevano, e propongono, paghe addirittura più basse dell’anno scorso - 3,50 euro per un cassone da 100 chili (mentre il padrone del campo ne paga ai caporali 10-15 euro… Il boss del racket ovviamente è la Grande Distribuzione: basti vedere quanto il resto di noi proletari paghiamo quei pomodori al supermercato: 20, 50, 100 volte di più…). Sabato 30 luglio, una quarantina di braccianti sono scesi in sciopero selvaggio e si sono radunati in una assemblea spontanea che ha deciso di bloccare la strada provinciale da cui devono passare i mezzi per raggiungere i campi. Arrivata la polizia, si assiste allo sgombero della strada. L’assemblea però continua nella masseria dove molti di loro vivono e richiede alle Istituzioni locali per bocca della Cgil il rispetto - almeno - dei contratti siglati all’inizio della stagione. Ma non è finita qui: quasi in contemporanea nella vicina Bari esplodeva una rivolta spontanea che blocca l’intera città, da parte delle centinaia di proletari immigrati reclusi nel locale CARA (Centro-Accoglienza-Riconoscimento-Assistenza) i quali dopo mesi di inutili attese richiedevano tempi certi per il rilascio di un sacrosanto permesso di soggiorno temporaneo che permetta loro di muoversi “liberamente” nella UE senza essere, di fatto, dei reclusi a tempo indeterminato. Grande determinazione e anche qui assoluta autorganizzazione della lotta, che si propaga anche al centro calabrese di Isola Capo Rizzuto. Questi ultimi avvenimenti mettono ben in luce quali sono gli elementi caratteristici del capitalismo di ieri ed oggi: masse crescenti di “senza riserve” (infatti tra i braccianti di Nardò - come ieri a Rosarno - vi sono molti ex operai delle fabbriche del centro nord a cui non sono stati rinnovati i contratti precari per la crisi); il sistema del subappalto e del caporalato per sfruttare sempre più i lavoratori e garantire così profitti alle 5-6 grandi aziende che sono al vertice della filiera; il ruolo dello Stato, che con la legge Bossi-Fini rende precari e ricattabili come non mai i lavoratori stranieri, il Sindacato presente solo come notaio e pompiere della situazione; l’autorganizzazione delle lotta attraverso Comitati ed Assemblee come primo passo obbligato per la difesa dei propri interessi immediati di classe.
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